Non sono solo i grandi leader, le strategie dei generali o le intuizioni politiche ad aver segnato il corso della Storia.  C’è un altro grande protagonista che ha spesso mosso le fila di guerre, rivoluzioni e imperi: la meteorologia. Con piogge improvvise, gelate impreviste o tempeste provvidenziali, il meteo si è comportato come un imprevedibile regista dei grandi eventi umani.
Pensiamo ad esempio a quanto è accaduto tra il 1300 e il 1850, in quel periodo noto come la Piccola Età Glaciale. All'epoca le temperature medie furono tali da mandare in tilt l'agricoltura per diverse annate in Europa. In alcuni anni le estati, brevi e piovose, azzerarono la produzione di grano e scatenarono carestie ed epidemie in tutta Europa. Nel 1815, poi, la colossale eruzione del vulcano Tambora oscurò il cielo con le sue ceneri, segnando un 1816 che venne ricordato come "l'anno senza estate". La scarsità di cibo fece impennare il prezzo del pane, innescando l'insoddisfazione e le rivolte contadine che contribuirono a far esplodere la Rivoluzione Francese.
William Turner - Crossing the Brook - Tate Britain London - Ad ispirare il colore giallastro dei cieli del pittore inglese W. Turner furono le ceneri rimaste in sospensione dopo l'eruzione del vulcano Tambora del 1815.

In altre occasioni, il freddo si è trasformato in un'arma imbattibile. Nel 1812, Napoleone Bonaparte avanzò verso la Russia con oltre 600.000 uomini. Ma più che l'esercito dello zar, a piegare l’armata francese fu l'inverno continentale, arrivato con un anticipo spietato. Durante la disperata ritirata, tra soldati stremati dal gelo e il ghiaccio del fiume Beresina che si sciolse all'improvviso intrappolandoli nella corrente, solo un sesto delle truppe riuscì a tornare a casa, mettendo fine al dominio napoleonico in Europa.
Altre volte, il meteo si è rivelato un inaspettato scudo protettivo. Nel 1281, il re mongolo Kublai Khan era pronto a invadere il Giappone con una flotta imponente. Proprio mentre le navi stavano per attaccare, un violento tifone distrusse l'intera armata degli invasori. I giapponesi, grati per questo soccorso inatteso, battezzarono la tempesta con il nome di Kamikaze, ossia "vento divino", alimentando un mito di protezione spirituale che sarebbe durato per secoli.
Anche l'Italia ha vissuto sulla propria pelle il peso delle condizioni atmosferiche. Durante la Prima Guerra Mondiale, la tragica disfatta di Caporetto nel 1917 fu fortemente condizionata dal tempo: la nebbia fitta e le piogge torrenziali trasformarono il terreno in un mare di fango, impedendo alle truppe italiane di riorganizzare le difese e favorendo la rapida avanzata austro-tedesca fino al fiume Piave.

Infine, tra gli esempi più noti, il D-Day del 06 giugno 1944. Lo sbarco in Normandia rischiò di sfumare a causa di una forte tempesta sul Canale della Manica. Il generale Eisenhower dovette rinviare l'operazione, ma non appena si aprì una breve e provvidenziale finestra di tempo favorevole, decise di lanciare l'attacco. I comandi nazisti, confidando che nessuno avrebbe mai tentato una simile impresa con quelle condizioni del tempo, furono presi in parte alla sprovvista, e quelle poche ore di visibilità bastarono a cambiare il corso della guerra sul fronte occidentale.

E cosa accade oggi? Con l’avanzare del progresso tecnologico le condizioni meteo sono ancora così significative per l’esito delle operazioni militari? La risposta, per quanto sorprendente possa sembrare, è sì. Nonostante le avanzate tecnologie, le forze armate devono continuare a fare i conti con l'atmosfera — e persino con ciò che accade oltre di essa.
Quando pensiamo ai moderni aerei da guerra, immaginiamo macchine tecnologicamente avanzate. Eppure, proprio le innovazioni che li rendono così evoluti introducono nuove vulnerabilità. Gli aerei di ultima generazione sfruttano la fibra di carbonio per garantire massima leggerezza e resistenza, una scelta che nasconde però un’insidia, dato che rende le strutture molto più vulnerabili ai fulmini rispetto alla lega di alluminio. Lo stesso paradosso riguarda i droni; se da un lato l'assenza di un equipaggio elimina il rischio umano, dall'altro questi velivoli sono estremamente sensibili alle turbolenze e la presenza di nuvolosità diffusa può accecarne i sensori, a volte vanificando la missione.
Oggi, inoltre, il lavoro del meteorologo non si limita più alla previsione dei fenomeni atmosferici. Esiste una nuova frontiera: lo Space Weather, una branca della meteorologia che si concentra sullo studio dell’attività solare, perché l'impatto che questa può avere sulle moderne tecnologie di comunicazione e posizionamento è potenzialmente devastante.
Con la sua attività il sole può avere impatti sigificativi, ad esempio, sui sistemi di comunicazione satellitare. Immagine generata con l'ausilio di strumenti di intelligenza artificiale.
In conclusione, anche nell'era dei supercomputer e dell'intelligenza artificiale, la natura continua a dettare le regole: conoscere e prevedere il meteo resta una chiave essenziale per il successo di qualsiasi missione e questo rende il supporto meteorologico fondamentale per il buon esito di qualsiasi genere di operazione.