scrivere l’editoriale del numero invernale serba sempre il fervore particolare di essere l’ultimo dell’anno.
Questo - mi sia consentita la breve, personale digressione - riveste un significato per me ancora più profondo: è il mio saluto in vista della collocazione in ausiliaria.
Lascio la direzione con l’entusiasmo e la soddisfazione di aver contribuito - grazie alla fiducia ricevuta dai miei superiori e dai vertici dell’Arma Azzurra - al ritorno della Rivista al cartaceo. La sua presenza in edicola non solo offre al pubblico un riferimento autorevole, ma costituisce senza dubbio una svolta storica, un nuovo modo di comunicare e di offrire il proprio contributo al Paese, che è ben testimoniato dai cento anni, compiuti il 2 luglio scorso, dalla fondazione dell’Ufficio Presagi.
Passo il timone a una collega che non è soltanto una cara amica, ma soprattutto una professionista di alto profilo. Saprà percorrere la strada tracciata offrendo - ne sono certo - un’ulteriore impronta innovativa, nel segno di una continuità operativa che non si arresta e non può arrestarsi, malgrado gli avvicendamenti.
Come lo scorso anno, i maggiori impegni autunnali sono stati incentrati sulla partecipazione della Forza Armata a due interessanti appuntamenti: il Festival della Scienza di Genova e il “Festivalmeteorologia 2025” di Rovereto, di cui si parlerà più approfonditamente nelle pagine di questo numero. Si tratta di occasioni di confronto quanto mai necessarie, in un autunno che non ha risparmiato scenari complessi: dalle nevicate precoci di fine settembre sulle Alpi Occidentali, scese a quote storiche per il periodo, alle alluvioni nel Messinese, ai nubifragi persistenti che hanno segnato profondamente il Nord-Est e il Sud del Paese a novembre. Sono eventi che ricordano ancora una volta quanto diventi sempre più complesso nei processi di analisi e previsione di tali fenomeni il lavoro del meteorologo.
Gli effetti del cambiamento climatico non sono più un’ipotesi futura, ma una realtà che impatta già oggi sul territorio. È tempo, dunque, di un deciso cambio di paradigma culturale. Non possiamo più limitarci alla sola visione preventiva: occorre spostare l’asse verso una mitigazione operativa del rischio, in grado di adattare le risposte e di proteggere concretamente le nostre comunità di fronte a scenari in rapida evoluzione. In tale prospettiva, le occasioni di confronto devono crescere esponenzialmente e travalicare i perimetri tecnici. Tutti dobbiamo - a livello istituzionale e non - avere la sensibilità e la capacità di comunicare e collaborare con la gente comune.
Non sono più sufficienti, seppure importanti e necessari, gli incontri tra gli addetti ai lavori. Preservare questo ecosistema, ormai fin troppo fragile, dipende anche dalle piccole azioni quotidiane dei singoli. Tutti siamo chiamati a svolgere un ruolo attivo: non siamo più solo spettatori. Il cambiamento climatico è già in atto nella nostra vita: dobbiamo essere i protagonisti e i custodi del nostro futuro. È il dovere che abbiamo e a cui non possiamo sottrarci, se vogliamo davvero preservare le generazioni che verranno.